Classico e anticlassico nel '900

Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire.
Italo Calvino, Perché leggere i classici, Oscar Mondadori, Milano 1995

Il termine “classico” deriva dal latino “classicus”, che letteralmente significa “appartenente alla prima classe dei cittadini”, i quali a Roma venivano divisi in base al censo; l’accezione originaria implica pertanto una distinzione per una superiorità sociale, morale e intellettuale. “Classicus” equivaleva quindi a “di prima classe”, “di prima qualità”; in senso traslato indicava quegli scrittori dell’età augustea degni di essere presi a modello. In età moderna, il concetto a cui e legata la parola “classico” è usato in almeno tre accezioni, tra loro abbastanza diverse. Una prima tende a identificare globalmente l’idea di classico con l’antichità grecoromana; una seconda, più circoscritta, associa l’idea di classico a una precisa fase storica e artistica del mondo greco; una terza, infine, avvicina l’idea di classico ad autori o opere d’ogni tempo che abbiano raggiunto un particolare grado di universalità e compiutezza espressiva. L’identificazione del mondo greco-romano con il concetto di “classico”, intesa come a un momento inarrivabile dell’esistenza umana dal punto di vista politico, artistico e letterario si è diffusa in epoche diverse. Questo concetto di ideale superiorità ha dato vita al cosiddetto “classicismo”, fenomeno culturale di adesione ai principi e ai canoni del mondo classico, che ha interessato, nelle diverse epoche della cultura europea, la letteratura e le arti figurative, fondandosi sul principio di valorizzazione e imitazione delle forme letterarie e artistiche greche e latine, considerate come modello di perfezione. L’uso della parola “classico” si è poi esteso a discipline diverse, a partire dalla danza, per poi coinvolgere la musica, il teatro, il cinema, la moda ed estendersi a diversi saperi. Ogni qualvolta si provi a chiarire esattamente che cosa si intenda con “musica classica” oppure con “danza classica”, ci si imbatte in almeno due diverse definizioni, l’una che fa riferimento a una precisa epoca storica in cui sono stati fissati determinati canoni e principi, l’altra, più incerta e dibattuta, che estende il proprio campo cronologico fino al giorno d’oggi.

In senso piu ampio si parla di “classici” in riferimento ad opere considerate come esempi più alti della cultura e della civiltà del loro tempo, e quindi “imprescindibili” dalla cultura e dalla civiltà d’ogni tempo. A questa definizione generale della parola “classico” allude Calvino in Perché leggere i classici: il classico rappresenta un punto di riferimento con il quale e indispensabile confrontarsi o scontrarsi, e pertanto racchiude, nella sua stessa definizione il concetto di anti-classico, inteso come una reazione contraria all’impatto con il “modello” di riferimento. In base a questa accezione, possiamo dire che ogni secolo produce i suoi classici, ma non solo, in realtà ogni secolo produce il proprio concetto di classico riferito a sé stesso e alle epoche appena concluse. Nonostante il loro sforzo di creare un’arte nuova, “anticlassica” e rivoluzionaria, le stesse avanguardie del Novecento hanno guardato ai grandi maestri del passato citandoli fosse pure con un richiamo ironico come nell’opera dal titolo L.H.O.O.Q. (1919) meglio nota come la Gioconda con i baffi di Marcel Duchamp, passando per la Venere di Milo con cassetti (1936-1964) di Salvador Dalí fino alla riproduzione di Andy Warhol de La nascita di Venere (1984) di Botticelli. Da Giorgio de Chirico, che dopo il 1919 si definisce “pittore classico”, ad Alberto Giacometti che per Donna che cammina (1936) si ispira alla tradizione delle figure stilizzate dell’arte cicladica e dei kouroi geometrici della Grecia arcaica, l’atteggiamento degli artisti delle avanguardie non può prescindere dal concetto di “classico” come punto di riferimento per elaborare le rispettive ricerche in rapporto o in contrasto con esso.

Scarica PDF

PROGETTI REALIZZATI