L'opera d'arte universale

Mi sembrerebbe davvero strano che il suono non potesse suggerire il colore, che i colori non possano donare l’idea d’una melodia e che il suono o il colore possano sembrare inadatti a tradurre le idee. Tutte le cose si esprimono in un’analogia universale, dal giorno in cui Dio creò il mondo come una complessa ed indivisibile totalità.
È possibile trovare la lettera di Baudelaire a Wagner in, Charles Baudelaire, Saggi critici, a cura di Cinzia Bigliosi, Edizioni Pendragon, Bologna, 2004, pp. 151-153.

L’opera d’arte universale rappresenta il grande miraggio culturale nel periodo compreso tra la seconda metà dell’Ottocento e l’affermazione delle avanguardie storiche. Intesa come unione simultanea di diversi linguaggi artistici o come evocazione delle sottili corrispondenze interiori tra le diverse forme dell’arte, la contaminazione interdisciplinare incantò alcuni tra i maggiori scrittori dell’epoca da Baudelaire fino a Marinetti.
Per primo fu infatti il musicista e saggista Richard Wagner a coniare l’espressione “opera d’arte totale” attorno al 1849 e a collocare la sua origine in un passato dove non esistevano arti individualizzate. Gli appariva chiaro come i diversi campi artistici fossero stati ormai settorializzati nel corso della storia dell’uomo, ma riteneva che fosse giunto il momento di riunirli in ciò che lui definiva Gesamtkunstwerk.
Anche i tempi a noi più vicini evidenziano una generale tendenza all’unione di arti suddivise. Le Avanguardie storiche che si sviluppano nella prima parte del Novecento rappresentano una continua sperimentazione in questo senso. In particolare il movimento futurista spezzò con forza i confini che separavano le diverse discipline artistiche, avendo una nuova idea di cultura totale, innovativa e dinamica. Significative alcune parole di Giacomo Balla: “Noi futuristi, Balla e Depero, vogliamo realizzare questa fusione totale per ricostruire l’universo rallegrandolo, cioè ricreandolo integralmente”.

Come spiega Filippo Tommaso Marinetti, padre fondatore del futurismo, la cultura del Novecento è permeata e unificata da velocità e dinamismo, alla base della vita e delle arti, ormai non più separate nettamente. Il teatro futurista in particolare rappresenta un esempio di rottura delle barriere. Il movimento Dadaista invece, si mosse in direzione opposta al Futurismo, proponendo una vita e un’arte completamente illogiche e ironiche. Hugo Ball ed Emmy Hennings fondarono il Cabaret Voltaire, un centro di spettacolo artistico, dove prese piede la poesia sonora, formata da accostamenti di lettere anziché da parole esistenti. Protagonista di questa poesia non era il significato veicolato, ma il suono puro da essa prodotta, una sorte di unione tra musica e poesia.
Gli artisti del Novecento dimostrarono un profondo interesse anche per il teatro di marionette, come ci dimostrano alcuni lavori di Jean Arp e sua moglie Sophie Tauber, di Paul Klee e di Alexander Calder. I contatti e gli sconfinamenti tra le diverse arti si intensificano ancor più dai primi anni del Novecento. Kandinsky ne è convinto sostenitore e scriverà: “Il pittore dovrà iniziare a parlare e parleranno sul medesimo tema il pittore assieme con il musicista, lo scultore insieme con il danzatore, l’architetto insieme con il drammaturgo. Inaspettatamente tutti si comprenderanno, […] ci sarà confusione e chiarezza".
La suddivisione delle arti appare quindi legata a separazioni a livello accademico. In realtà le arti si sono sempre influenzate a vicenda e sono esistiti costanti scambi di ispirazione e collaborazioni in tutta la storia dell’uomo, compresa quella moderna. Il ruolo dell’artista è quindi totale, di sperimentatore e promotore universale della vita e della realtà in una continua ricerca e processo creativo.

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