Bello e brutto

Bello e brutto

“Vediamo che i pittori e gli altri artisti sanno riconoscere benissimo ciò che è stato fatto male, ma spesso non sanno rendere ragione del loro giudizio e, a chi li interroga, dicono a ciò che loro non piace, manca un so cheˮ. 
Gottfried Wilhelm von Leibniz, Meditazioni sulla conoscenza, la verità e le idee, 1684

Nel linguaggio comune, l’uso degli aggettivi bello e brutto è ampio e diffuso. Tuttavia, quando si tenta di darne una definizione si incorre in grandi difficoltà. In primis, si avverte la non uniformità di attribuzione delle caratteristiche di bellezza e di bruttezza nelle diverse epoche storiche, condizioni culturali e situazioni.
Nella civiltà occidentale, la valenza estetica di bello e di brutto si è arricchita di accezioni morali. Già presso gli antichi greci, il termine kalos (genericamente tradotto come “bello”) era fortemente legato al termine agathos (comunemente tradotto come “buono”), nell’espressione kalokagathia, che indicava l’ideale di perfezione fisica e morale.

Nella cultura cristiana medievale, la deformità fisica era sovente associata alla malvagità e al demoniaco, oppure legata alla sofferenza e alla morte. In età romantica, il binomio bellezza-bontà si spezza, con la nascita in letteratura di personaggi malvagi e attraenti contrapposti a individui dalle fattezze mostruose ma dall’indole sensibile e generosa.
La filosofia moderna affronta e interpreta il tema del bello in maniera soggettiva: nel suo più importante trattato di filosofia estetica La regola del gusto (1757), il filosofo scozzese David Hume afferma che “il Bello è negli occhi di chi lo contempla”. Anche grazie a questo pensiero, non più centrato sull’oggetto ma sul soggetto, ora libero di determinare ciò che è bello e giusto, si sono venuti a creare nuovi canoni estetici e i fondamenti della produzione artistica contemporanea.

Nel Novecento gli artisti delle avanguardie rifiutano la bellezza classica, intesa come simmetria, equilibrio e proporzione tra le parti, e ricercano nuove forme di rappresentazione che mettano in risalto caratteristiche considerate ugualmente se non maggiormente significative, quali l’espressività, l’immediatezza, l’interiorità e l’autenticità. Nel 1945, ad esempio, il pittore francese Jean Dubuffet conia il termine Art brut per definire la produzione artistica realizzata da autori non professionisti che operano al di fuori delle accademie, dei circoli intellettuali, lontani dalle norme estetiche convenzionali.

Quando si accettano unicamente i canoni “classici” imposti dalla società, risulta difficile apprezzare l’arte delle avanguardie, oppure considerare il significato di quanto affermato da Filippo Tommaso Martinetti nel Manifesto tecnico della letteratura futurista (1912): “Ci gridano: ‘La vostra letteratura non sarà bella! Non avremo più la sinfonia verbale, dagli armoniosi dondolii, e dalle cadenze tranquillizzanti!’ Ciò è bene inteso! E che fortuna! Noi utilizziamo invece tutti i suoni brutali, tutti i gridi espressivi della vita violenta che ci circonda. Facciamo coraggiosamente il ‘brutto’ in letteratura, e uccidiamo dovunque la solennità”.
Per sua natura l’uomo tende a ciò che provoca piacere e benessere e rifugge da ciò che causa disagio, ribrezzo, orrore. Tuttavia, sovente le imposizioni e i pregiudizi culturali limitano la capacità dell’uomo di comprendere e apprezzare ciò che la vita gli presenta. 

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