Tra natura e città, i nuovi paesaggi

Tra natura e città, i nuovi paesaggi

"L'unico vero viaggio verso la scoperta non consiste nella ricerca di nuovi paesaggi, ma nell'avere nuovi occhi".
Marcel Proust, La prigioniera, 1923

Il termine paesaggio deriva dal francese paysage. In geografia definisce l’insieme delle caratteristiche di una determinata zona, inclusi i suoi elementi naturali, insediativi e culturali, restituiti in una veduta d’insieme. Nelle arti figurative la pittura di paesaggio definisce il genere pittorico che rappresenta la natura e i suoi cambiamenti nel tempo.
Per le caratteristiche antropologiche, geografiche e fisiche in esso racchiuse, il paesaggio è portatore di significato e, per le sue potenzialità estetiche, costituisce da sempre un soggetto amato dagli artisti. A partire dal Quattrocento, affiora nella pittura europea la rappresentazione del paesaggio, con descrizioni accurate di luoghi reali, mitici o fantastici. Tra i lavori più celebri si annoverano gli acquerelli di Albrecht Dürer, i paesaggi di Leonardo da Vinci, maestro nella rappresentazione scientifica dei fenomeni atmosferici, o i quadri di Giovanni Bellini e di Giorgione.

Tra il Settecento e l’Ottocento si consolida il genere della pittura di paesaggio, dedicata alla rappresentazione della natura. Tra i pittori più noti ci sono gli inglesi John Constable e William Turner, impegnati nel rappresentare lanatura in maniera naturalistica oppure sublime, con eventi maestosi e spaventosi. La rappresentazione del paesaggio si definisce, in seguito, secondo varie interpretazioni, dai panorami simbolici e romantici del tedesco Caspar David Friedrich, all’esperienza anti-accademica dei Macchiaioli in Italia, alle scene di vita all’aperto degli impressionisti francesi che escono dall’atelier per catturare le percezioni visive influenzate dalla luce e ottenere una rappresentazione "dal vero", seppur fugace. 

Il paesaggio è al centro della poetica del Romanticismo letterario inglese, come ben esemplificato nelle Lyrical Ballads di William Wordsworth e Samuel Taylor Coleridge, che nel 1798 interpretano la natura come portatrice di valori morali e spirituali dell’umanità. Proprio a partire da queste premesse romantiche, nel Novecento la rappresentazione del paesaggio diventa più evocativa e spirituale. Se Vasily Kandisky sintetizza i dettagli naturalistici in segni e colori, gli artisti surrealisti, come ad esempio Yves Tanguy, chiudono gli occhi per creare scenari fantastici, luoghi intimi e destinazioni immaginarie.

Ciascuna epoca interpreta e restituisce forme e aspetti del paesaggio propri del tempo. Nel XX secolo, con la nascita di grandi agglomerati urbani a causa della progressiva industrializzazione di molte aree, il paesaggio urbano, con la città e le sue periferie, diventa uno dei soggetti privilegiati della rappresentazione pittorica. I futuristi rappresentano nuovi soggetti, come i mezzi di trasporto, i palazzi in costruzione e la tecnologia. Ne La città che sale (1910-11) di Umberto Boccioni, ciminiere fumanti e nuovi edifici sembrano avanzare nello spazio circostante; proprio Boccioni nel 1907 scrive: “Voglio dipingere il nuovo, il frutto del nostro tempo industriale”. In Uomini in città (1919) di Fernand Léger, l’uomo diventa robotizzato e si confonde con il paesaggio meccanico: il processo di industrializzazione sortisce i suoi effetti, l’essere umano è un anello della catena di montaggio, alienato e fuori dal mondo, immerso in un paesaggio artificiale e straniante. 

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