Infinito

Infinito

Nell’800 i teorici del Romanticismo individuano nella natura la manifestazione più alta dell’infinito, il principio a cui l’uomo fortemente aspira. Il desiderio d’infinito è teorizzato, ad esempio, in molti scritti di uno dei fondatori del Romanticismo, Friedrich von Schlegel (1772–1829), e in Fenomenologia dello spirito (1807) del filosofo idealista Friedrich Hegel (1770–1831), il quale sostiene che la ragione non può limitarsi al finito ma aspira all’infinito. Questo desiderio umano di spingersi oltre il limite è ben espresso da Giacomo Leopardi (1798–1837) nel dodicesimo idillio dei Canti, intitolato appunto L’infinito (1818–19), nel quale il poeta di Recanati celebra l’infinitezza del tempo — “e mi sovvien l’eterno” — e dello spazio — “tra questa immensità s’annega il pensier mio”. Charles Baudelaire (1821–67) in Le Spleen de Paris (1855–64) recita: “Gran delizia sprofondare il proprio sguardo nell’immensità del cielo e del mare”, citando i due elementi che in assoluto e per definizione denotano il concetto d’infinito. Cielo e mare (1917) è anche il titolo originario della celebre poesia di Giuseppe Ungaretti (1888–1970) che recita semplicemente “M’illumino d’immenso”, in cui il poeta esprime in poche parole il sentire dell’uomo al cospetto di uno scenario di vastità e di assolutezza. L’idea romantica d’infinito, ormai presente nel pensiero moderno, così come la concezione cristiana che riconosce nell’infinito una proprietà del divino, hanno un’accezione positiva. Eppure, nella filosofia occidentale antica, nei presocratici e nei pitagorici, il concetto d’infinito è connotato per lo più negativamente, in quanto può considerarsi perfetto solo ciò che è finito perché non bisognoso di alcunché per la sua completezza.

In matematica l’infinito è il concetto astratto di una grandezza senza fine o che può crescere in maniera illimitata. Per rappresentare graficamente un numero infinitamente grande si usa il simbolo di un otto rovesciato, la lemniscata, usato anche nel misticismo moderno per indicare l’armonia, la vita e la mente umana.

Questo simbolo appare anche sul cappello de Il surrealista (1947) di Victor Brauner (1903–66), come metafora della creatività inesauribile della mente dell’artista. La voglia di superare il limite è interpretata anche dai pittori del Cubismo analitico come Georges Braque (1882–1963), che ne Il clarinetto (1912) usa il formato ovale per superare le costrizioni degli angoli della cornice. Lo stesso Piet Mondrian (1872–1944) quando realizza Oceano 5 (1915) usa il formato ovale, di derivazione cubista, per rappresentare l’infinitezza del mare in uno spazio limitato come quello della tela. Le esplorazioni dell’infinito vengono condotte anche nelle incisioni di Maurits Cornelis Escher (1898–1972), che con i suoi motivi geometrici interconnessi crea paesaggi labirintici senza uscita; o nelle Colonne senza fine di Constantin Brancusi (1876–1957), in cui blocchi romboidali identici sono sovrapposti per formare un pilastro potenzialmente infinito, che idealmente connette la terra con il cielo.

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